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L'OPINIONE di MASSIMO INTROPIDO
La ripresa estiva dei mercati azionari non si nutre del miglioramento della congiuntura, ma della diffusa sensazione che il peggio sia stato superato. Ma in agguato, c'è il pericolo deflazione.
Milano, 31 agosto 2009.
Cari Lettori,
l'estate sta finendo, ma altrettanto non sembra fare la ripresa dei mercati azionari, che si nutre non certo del miglioramento dell'economia, ma del rallentato ritmo di peggioramento dell'economia globale e della più diffusa sensazione che nel campo finanziario ed economico, il peggio sia alle ormai spalle. I mercati azionari, com'è noto, scontano in anticipo le prospettive, dal momento che quanti detengono a lungo i titoli in portafoglio agiscono in previsione dell'andamento futuro dei mercati, acquistando o vendendo titoli in base a segnali anticipatori.
Le Borse salgono perché, giorno dopo giorno, le ferite della finanza si cicatrizzano, le falle dell'economia sembrano rimpicciolirsi ed i tassi di interesse sono talmente bassi da non rappresentare più un valido motivo di preoccupazione per chi ha dei debiti ed intende ripagarli. Ciò che preoccupa è l'inflazione in calo, o meglio la deflazione. Infatti i prezzi stanno continuando a calare sia negli Stati Uniti che in Europa, questo fattore fa la gioia dei consumatori, ma provoca notti insonni ai venditori che devono affrontare il problema di un minor guadagno oggi ed ancor meno l'indomani.
In una prospettiva del genere è difficile che gli imprenditori si lancino in massicce campagne di riassunzione e reinvestimento. Può sembrare paradossale, ma la debolezza dell'inflazione equivale alla debolezza dell'economia. Il rischio è che si verifichi uno scenario simile a quello accaduto in Giappone negli anni '90, durante i quali la massiccia iniezione di liquidità della Banca Centrale non riuscì ad evitare la stagnazione dell'economia dovuta alla forte deflazione, che rendeva più conveniente rinviare gli acquisti al fine di comprare a prezzi sempre più contenuti.
Lo scenario attuale vive però dell'esperienza di quegli anni, ed i governi e le banche centrali oggi sanno che la forte deflazione va combattuta tanto quanto l'inflazione. Ecco perché in Europa e negli Stati Uniti si rimanda continuamente il momento in cui verranno aumentati nuovamente i tassi di interesse, cercando di elargire sussidi e spingendo il più possibile il consumo immediato, anzichè differirlo.
Probabilmente la ritrovata forza del prezzo del petrolio aiuterà in tal senso, ma non bisogna sottovalutare la fin troppo prolungata debolezza del dollaro che pare aggravarsi. In tali condizioni, Cina e Russia continueranno a disfarsi dei biglietti verdi e dei titoli americani detenuti come tesoreria. Oltretutto, la divisa americana è condannata a pagare un prezzo molto elevato per il fortissimo incremento dell'indebitamento americano, già ingente in precedenza.
Un dollaro molto debole per lunghi periodi creerà non poca confusione sui mercati delle materie prime, rendendo maggiormente difficile combattere la deflazione. A favore ci sarebbe la prosecuzione di questo vertiginoso recupero di valore delle borse mondiali che butterebbe salutare benzina sul fuoco dei prezzi al consumo. E' chiaro che stiamo giocando una partita il cui risultato sarà noto non prima di 2 o 3 anni.
Se vinceremo, le principali economie si ritroveranno con un tasso di produttività non molto lontano da quello conseguito nel tardo dopoguerra, con la possibilità di sperimentare una crescita lunga diversi anni e destinata a segnare nuovi record storici in borsa. Se perderemo, dovremo chiedere ai giapponesi come si vive nella stagnazione, cioè in un mondo in cui tutto vale meno di quello che potrebbe o dovrebbe valere ed in cui molti rimpiangeranno i bei tempi degli eccessi finanziari.
In attesa di scoprire quale sarà il risultato della partita, il mondo prosegue nel suo cammino e la situazione economica si evolve, rivolgendo un'attenzione particolare all'ambiente, all'ordine pubblico e alla sanità. Almeno in questo promette bene!
Come sempre, buon trading a tutti.
Massimo Intropido
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